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Proteggere la biodiversità per prevenire future pandemie

La diminuzione della biodiversità sta mettendo a rischio la nostra esistenza.

Pensate che stia esagerando? Allora vi consiglio di leggere l’articolo fino alla fine, perché purtroppo non è così. Di primo acchito, questa problematica (così come quella del riscaldamento globale) può sembrare distanti anni luce dalla vita quotidiana che ci assilla (disoccupazione, precariato, pensioni, eccetera). Per qualcuno addirittura non esiste. Nei prossimi paragrafi vi dimostrerò invece che questa problematica è reale e terribilmente vicina, e sottovalutarla creerà non pochi problemi alla nostra esistenza.

La biodiversità

Potremmo definire la biodiversità come l’equilibrio derivante dalla coesistenza in un ecosistema di svariate specie animali e vegetali che interagiscono tra loro. Perché è fondamentale che la biodiversità venga preservata? Immaginate di soffiare su un castello di carte. Ecco cosa succederebbe se l’equilibrio di un ecosistema venisse interrotto. I diversi habitat della Terra devono essere deturpati il meno possibile, onde evitare conseguenze catastrofiche. Basti pensare alle frane e alle alluvioni in seguito allo scellerato disboscamento, al danno incalcolabile provocato dalle petroliere che si incagliano tra le rocce e che riversano in mare tonnellate di carburante, o alle conseguenze degli incendi recenti in Australia e Amazzonia. Acqua, cibo, energia e anche prodotti medicinali provengono dalla natura, il che ci rende totalmente dipendenti dagli ecosistemi del pianeta. Tuttavia, la funzionalità degli ecosistemi dipende anche dalla loro biodiversità, in quanto solo un equilibrio ecologico può garantire la stabilità e le prestazioni dell’ecosistema.

La pandemia di COVID-19 ha dimostrato in tutta la sua drammaticità quanto sia cruciale la protezione degli habitat naturali per la salute umana. Tuttavia, questa interrelazione ha ricevuto finora poca attenzione e considerazione.

La biodiversità per prevenire malattie infettive

Oltre il 70% delle malattie infettive che colpiscono l’uomo proviene dalla fauna selvatica: le varie influenze provenivano originariamente da maiali e uccelli. La tubercolosi ha avuto origine nei bovini e l’ebola negli scimpanzé o nei pipistrelli. A volte, i ceppi virali sviluppano una mutazione che consente loro di sopravvivere in una specie diversa, come gli esseri umani. Negli ultimi anni è considerevolmente aumentato il numero di virus zoonotici, ovvero quelli che passano dagli animali agli umani, provocando milioni di morti ogni anno in tutto il mondo. La diffusione delle malattie zoonotiche è aggravata dal traffico clandestino e dai mercati della fauna selvatica, dalla distruzione degli habitat e dai cambiamenti climatici. I coronavirus sono comuni in molte specie animali, come cammelli, bovini, zibetti, pangolini e pipistrelli e il SARS-CoV-2, responsabile del COVID-19, non fa eccezione. Mercati non regolamentati come quello di Wuhan tengono – o meglio, tenevano – animali esotici vivi in gabbie, pronti per la macellazione e la vendita. È noto che mercati di questo tipo forniscono copertura ai contrabbandieri per il traffico di specie in via di estinzione. Le cattive condizioni igieniche favoriscono la diffusione di malattie tra diverse specie animali, nonché aumentano le opportunità per i virus zoonotici di infettare gli esseri umani (quello che è successo con il SARS-CoV-2).

È fondamentale comprendere l’importanza di preservare la biodiversità e che l’invasione dei vari habitat da parte dell’uomo ne mettono a rischio l’equilibrio. Gli esseri umani hanno occupato quasi ogni angolo del pianeta. Maggiori sono le interferenze con gli habitat della fauna selvatica, maggiori diventano le possibilità di aumentare la nostra vicinanza a questi virus zoonotici. Vediamo questo aspetto nel dettaglio.

Il bestiame d’allevamento ha seguito gli esseri umani nella maggior parte di questi ecosistemi e ora è molto più numeroso della fauna selvatica. Ad esempio, sulla Terra ci sono 4,7 miliardi di bovini, suini, pecore e capre e 23,7 miliardi di polli. Viviamo in un pianeta sempre più coltivato, offrendo sempre maggiori opportunità ai patogeni di migrare da una specie all’altra.

Le conseguenze del restringimento degli habitat sono molteplici: se agli animali selvatici viene sottratto il loro habitat naturale, c’è il rischio che si spostino in aree popolate dall’uomo, aumentando così il contatto e il rischio di trasmettere malattie. Quando un habitat si impoverisce, diventerà dominato da alcune specie meno specializzate, ma più competitive (chiamate “generaliste”). Il rischio di trasmissione di malattie infettive aumenta negli habitat poveri di specie e dominati da quelle generaliste, poiché queste preferiscono vivere vicino agli esseri umani, in aree agricole e urbane, favorendo catene di infezione.

La protezione e il ripristino degli habitat e della biodiversità sono quindi cruciali, perché se vengono mantenute le naturali “barriere protettive” tra esseri umani sani e animali infettati da agenti patogeni, il rischio di trasmissione di malattie dagli animali all’uomo è notevolmente ridotto.

Per la pandemia di COVID-19, le colpe sono state scaricate sulla Cina, responsabile di permettere mercati come quello di Wuhan. In realtà, i presupposti per una futura pandemia sono presenti ovunque nel mondo, e che sia successo in Cina è solo una coincidenza. Per ridurre in futuro il rischio di pandemie come quella di COVID-19 e minimizzare la fonte di origine degli agenti patogeni, sono necessari urgenti e maggiori sforzi, sia a livello globale che nazionale, in linea con le questioni di conservazione della natura. Dovremo inoltre aumentare la nostra consapevolezza sui legami tra il benessere umano e la protezione della natura. L’attuale diffusione globale e gli effetti della pandemia di COVID-19 rendono fin troppo chiare queste interrelazioni. Dobbiamo pertanto sfruttare questo nuovo livello di consapevolezza e attenzione per porre le basi per un cambiamento nella nostra società.

La biodiversità come fonte di medicinali

Secondo le stime del World Economic Forum (WEF), oltre il 50% dei farmaci moderni è sviluppato da estratti vegetali naturali. Quindi, la biodiversità è essenziale anche per la salute umana e la medicina. Recentemente è stato discusso che la clorochina, impiegata per anni per curare la malaria, potrebbe essere usata in combinazione con altri farmaci per trattare il COVID-19. Ma questo chinino proviene da una pianta dell’Amazzonia, che è attualmente disboscata in maniera sistematica. Possiamo quindi comprendere come sia importante preservare questo habitat, anche con l’intento di studiare tutti i principi attivi contenuti nelle piante che lo popolano e che potrebbero essere potenzialmente utilizzati per proteggere la salute umana.

Una nuova mentalità ecosostenibile

Una strategia a lungo termine può aiutare le nazioni a vedere i vantaggi di un ripensamento dell’uso delle risorse. Per esempio, le entrate derivanti dall’abbattimento di nuove foreste sono estremamente elevate, nel breve periodo. Tuttavia, il costo del sistema sanitario pubblico aumenterebbe sensibilmente con il passare del tempo, perché malattie molto comuni come la malaria si diffonderebbero a macchia d’olio. Esistono inoltre molti casi che dimostrano come la distruzione della biodiversità porti conseguenze catastrofiche sulla salute delle persone. Basti pensare alla diffusione della schistosomiasi in Malawi a causa della pesca intensiva: i parassiti che causano la malattia si riproducono in lumache acquatiche, delle quali i pesci si nutrono; la carenza di pesci ha permesso la proliferazione incontrollata dei molluschi e conseguentemente anche dei parassiti. Invece, in Svezia, una riduzione del numero di caprioli ha portato a un aumento dei casi di encefalite da zecche (TBE). Il capriolo ospita tutte le fasi di sviluppo delle zecche. La progressiva scarsità di caprioli ha spinto le zecche a colonizzare le arvicole (un roditore selvatico simile al criceto), più numerose del capriolo, facilitando la trasmissione del patogeno all’uomo.

Molte grandi aziende si sono impegnate a fermare la deforestazione, il principale motore della perdita di biodiversità, attraverso iniziative come il Consumer Goods Forum, la Banking Environment Initiative e il loro Soft Commodities Compact, ma senza successo. Ora, la comunità internazionale è pronta a compiere qualche progresso. La Convenzione sulla Diversità Biologica costituisce uno sforzo di 196 nazioni per proteggere la biodiversità, attingere alle risorse naturali in modo sostenibile e condividere i benefici delle innovazioni genetiche naturali dell’ambiente. La fase successiva del trattato sulla biodiversità, attualmente in bozza, propone di preservare almeno il 30% della terra e dell’oceano, rispetto al 17% stabilito in precedenza. Se i governi dovessero concordare su tale obiettivo, sarà necessario capire quale 30% dell’habitat sia più importante da proteggere, e come farlo. Infatti, il modo in cui queste aree sono distribuite oggi non riflette l’ideale scientifico della salvaguardia della biodiversità: considerando gli habitat protetti attualmente, il 90% dello spazio di conservazione non riesce a fornire alle specie di uccelli, anfibi e mammiferi l’intera gamma di condizioni ambientali necessarie alla sopravvivenza di tutte le specie. La strada è lunga e tortuosa, ma rappresenta l’unica via sicura percorribile.

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