Skip to content

L’origine dei numeri

Circa 60.000 anni fa, in quella che oggi è la Francia occidentale, un uomo di Neanderthal raccolse un pezzo di femore di iena, che iniziò ad incidere con una pietra. Quando il lavoro fu completato, nell’osso si contavano nove tacche che erano simili tra loro e approssimativamente parallele, come se dovessero significare qualcosa.

Francesco d’Errico, archeologo dell’Università di Bordeaux, in Francia, ha proposto una spiegazione al riguardo. Quell’osso di iena (trovato negli anni ’70 nel sito di Les Pradelles vicino ad Angoulême) è diverso dagli altri antichi manufatti intagliati. Mentre la quasi totalità di essi viene interpretata come opere d’arte, l’osso di Les Pradelles sembra avere uno scopo più pratico e funzionale. In particolare, potrebbe codificare informazioni numeriche. E se questa supposizione fosse corretta, gli uomini moderni (intesi come Homo sapiens) potrebbero non essere stati i primi a sviluppare un sistema di notazioni numeriche: i Neanderthal potrebbero aver iniziato a farlo prima di loro.

L’origine dei numeri è ancora una nicchia relativamente vuota nella ricerca scientifica. Adesso, però, sta attirando una crescente attenzione poiché i ricercatori di vari campi stanno affrontando il problema da diversi punti di vista. Scienziati cognitivi, antropologi e psicologi stanno esaminando le culture contemporanee per comprendere le differenze tra i sistemi numerici esistenti. La loro speranza è che gli indizi sepolti nei sistemi moderni possano spiegare i dettagli delle loro origini. Nel frattempo, gli archeologi hanno iniziato a cercare prove di antiche notazioni numeriche e i biologi evoluzionisti interessati al linguaggio stanno esplorando le origini profonde delle parole numeriche.

Maggiore è l’interesse, maggiori sono i finanziamenti: quest’anno, grazie ad una sovvenzione di 10 milioni di euro fornita dal Consiglio Europeo della Ricerca, un team di ricerca internazionale inizierà a testare diverse ipotesi, come parte di uno sforzo più ampio per studiare quando, perché e come sono comparsi i vari sistemi numerici nel mondo. Il progetto, chiamato “Evoluzione degli Strumenti Cognitivi per la Quantificazione” (QUANTA), potrebbe persino risolvere il dubbio se i sistemi numerici siano stati introdotti dall’uomo moderno o se fossero già presenti in forma rudimentale nei Neanderthal.

Un istinto naturale per i numeri

Sebbene in origine i ricercatori pensassero che gli esseri umani fossero l’unica specie con il senso della quantità, alcuni studi condotti a partire dalla metà del XX secolo hanno rivelato che questa capacità è condivisa con molti animali. Ad esempio, pesci, api e pulcini appena nati sono in grado di riconoscere istantaneamente quantità fino a quattro, un’abilità nota come “subitizing“. Alcuni animali sono anche capaci di distinguere grandi quantità: infatti possono riconoscere la differenza tra due grandi quantità se sono sufficientemente diverse. Le creature con questa abilità potrebbero, ad esempio, distinguere 10 oggetti da 20, ma non 20 da 21. Anche i neonati di sei mesi mostrano una simile capacità, anche prima di aver ricevuto un’esposizione significativa alla cultura o al linguaggio.

Tutto ciò suggerisce che gli esseri umani abbiano un’innata propensione ai numeri, che potrebbe essersi sviluppata attraverso processi evolutivi come la selezione naturale, per via dei benefici adattivi che comportava. Altri ricercatori sostengono invece che, sebbene molti animali abbiano un innato riconoscimento delle quantità, la percezione umana dei numeri è molto più sofisticata e non può essere sorta esclusivamente attraverso un processo di selezione naturale: molti aspetti riguardanti i numeri, come le parole pronunciate e i segni scritti usati per rappresentarli, derivano dall’evoluzione culturale, un processo in cui gli individui imparano attraverso l’imitazione o l’insegnamento formale ad adottare una nuova abilità (come usare uno strumento). Ad alcuni scimpanzé è stato insegnato in cattività a usare simboli astratti per rappresentare le quantità, ma né gli scimpanzé né altre specie non umane usano tali simboli nel mondo naturale. Per questo alcuni ricercatori sostengono che dovrebbe essere fatta una distinzione tra la cognizione “quantica” innata negli animali e quella “numerica” ​​appresa dagli esseri umani. Nonostante ciò, da un punto di vista neurologico, esistono chiare somiglianze tra il modo in cui le quantità vengono elaborate nel cervello di animali non umani e come il cervello umano elabora i numeri. Per questo sarebbe fuorviante tracciare una linea troppo netta tra i due comportamenti.

L’analisi di D’Errico sull’osso di Les Pradelles potrebbe aiutare a dipanare questi dubbi, spiegando come abbiano preso forma le prime fasi dei sistemi numerici. Il ricercatore ha studiato le nove tacche al microscopio e ha concluso che le loro forme, profondità e altri dettagli sono così simili tra loro da essere indubbiamente state realizzate usando lo stesso strumento di pietra, maneggiato da un unico individuo in una singola sessione.

Prove di raffinatezza

L’osso di Les Pradelles non è un reperto isolato. Ad esempio, durante gli scavi a Border Cave in Sud Africa, gli archeologi hanno scoperto una fibula di babbuino di circa 42.000 anni, anch’essa contrassegnata da tacche. D’Errico sospetta che gli uomini moderni che vivevano in quella regione all’epoca usassero l’osso per registrare informazioni numeriche. Nel caso di quest’osso, l’analisi microscopica delle sue 29 tacche suggerisce che siano state scolpite utilizzando quattro strumenti distinti e rappresentino quindi quattro eventi di conteggio, eseguiti in altrettante occasioni.

Alla luce di queste scoperte, D’Errico ha ipotizzato uno scenario per spiegare come i sistemi numerici potrebbero essere sorti attraverso l’atto stesso di produrre tali artefatti. La sua ipotesi è una delle uniche due pubblicate finora sull’origine preistorica dei numeri.

Tutto sarebbe iniziato per caso, quando i primi ominidi lasciavano involontariamente segni sulle ossa mentre macellavano carcasse di animali. In seguito, hanno compiuto un salto cognitivo quando si sono resi conto che potevano contrassegnare deliberatamente le ossa per produrre disegni astratti, come quelli visti su una conchiglia vecchia di circa 430.000 anni trovata a Trinil, in Indonesia. Ad un certo punto, si è verificato un altro salto cognitivo: i singoli segni hanno cominciato ad assumere un significato, alcuni dei quali forse codificando informazioni numeriche. L’osso di iena di Les Pradelles è potenzialmente il primo esempio conosciuto di questo tipo di marcatura. È probabile che, con ulteriori balzi, tali tacche alla fine abbiano portato all’invenzione dei segni numerici attuali. Questa ipotesi presenta tuttavia alcune lacune. Per esempio, non è chiaro quali fattori culturali o sociali possano aver incoraggiato gli antichi ominidi a iniziare a marcare deliberatamente ossa o altri manufatti, o a sfruttare quei segni per registrare informazioni numeriche.

Le difficoltà

Avere una risposta definitiva potrebbe essere un problema, perché manufatti antichi come l’osso di Les Pradelles sono difficili da interpretare. Ad esempio, i bastoncini per messaggi usati dagli aborigeni australiani sono adornati con tacche che potrebbero codificare informazioni numeriche, ma in realtà fungevano da aiuto visivo per la memoria, al fine di aiutare un messaggero a ricordare i dettagli del messaggio che stanno consegnando.

Perché si è iniziato a contare?

In uno studio del 2013, sono stati analizzati i dati antropologici relativi a 33 comunità contemporanee di cacciatori-raccoglitori in tutto il mondo. È stato osservato che quelle con semplici sistemi di numerazione (un limite massimo non molto superiore a 4) spesso possiedono pochi beni materiali, come armi, strumenti o gioielli. Invece, quelle con sistemi elaborati (un limite numerico di molto superiore a 4) hanno sempre una gamma più ricca di possedimenti. Questo suggerisce che il sistema di numerazione potrebbe essere legato alla necessità di tenere il conto dei beni materiali. Per le società più evolute, è comune utilizzare i sistemi quinario (base 5), decimale o vigesimale (base 20), dando l’impressione che molti sistemi numerici inizino con una fase di conteggio delle dita. Le società che sono andate oltre il conteggio delle dita lo avrebbero fatto perché hanno sviluppato una necessità sociale più forte per i numeri.

I beni materiali (tacche incise, dita, eccetera) utilizzati per l’elaborazione dei sistemi numerici diventano un’estensione della mente, e l’atto di segnare le tacche di conteggio, su un osso o un bastoncino, aiuta ad ancorare e stabilizzare i numeri mentre qualcuno conta. Questi aiuti potrebbero essere stati cruciali per il processo attraverso il quale gli umani hanno iniziato a contare fino a grandi numeri. Alcune società sono andate oltre i bastoncini di conteggio. Ciò è accaduto per la prima volta in Mesopotamia nel periodo in cui sono sorte le città, che hanno creato un bisogno ancora maggiore dei numeri per tenere il conto delle risorse e delle persone. Evidenze archeologiche suggeriscono che, a partire da 5.500 anni fa, alcuni mesopotamici avevano iniziato a usare piccoli gettoni di argilla come aiuto per il conteggio. In particolare, le forme dei gettoni arrivarono a rappresentare valori diversi: 10 gettoni a forma di cono piccolo equivalevano a un gettone sferico, e 6 gettoni sferici equivalevano a un gettone a forma di cono grande. L’esistenza dei coni grandi, ciascuno equivalente a 60 coni piccoli, ha permesso ai Mesopotamici di contare fino alle migliaia, usando relativamente pochi gettoni.

Suggerimenti linguistici

Quando le società umane preistoriche iniziarono a sviluppare i sistemi numerici? La linguistica potrebbe offrire un aiuto per rispondere alla domanda. Una linea di prove suggerisce che le parole numeriche potrebbero avere una storia che risale ad almeno decine di migliaia di anni.

I ricercatori hanno trascorso anni esplorando la storia delle parole nelle famiglie linguistiche esistenti, utilizzando dei sofisticati sistemi computazionali: le parole sono trattate come entità che rimangono stabili o vengono superate e sostituite man mano che le lingue si diffondono e si diversificano. Ad esempio, l’inglese “water” e il tedesco “wasser” sono chiaramente correlate e derivano dalla stessa antica parola: un esempio di stabilità. Ma l’inglese “hand” è distinto dall’italiano “mano“, provando la sostituzione delle parole in qualche momento del passato. Valutando la frequenza con la quale tali eventi di sostituzione si verificano per lunghi periodi, è possibile stimare i tassi di cambiamento e dedurre l’età delle parole.

Utilizzando questo approccio, è stato dimostrato che le parole che indicano numeri di basso valore (da “uno” a “cinque”) sono tra le più stabili delle lingue parlate. Infatti cambiano così di rado tra le famiglie linguistiche che sembrano essere stabili da almeno 10.000-100.000 anni. Ciò lascia supporre che gli eurasiatici moderni e paleolitici avrebbero potuto capirsi l’uno con l’altro quando si trattava di comunicare con suddette parole. Anche questo approccio permette però solo di fare delle ipotesi approssimative. La speranza è che il progetto QUANTA sia in grado di fornire delle risposte definitive.

Fonte

https://www.nature.com/articles/d41586-021-01429-6

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: