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Il plasma iperimmune non aiuta a guarire i casi gravi di COVID-19

La risposta tanto attesa è arrivata, e purtroppo non è positiva. Dopo mesi di speculazioni sull’efficacia del trattamento dei casi gravi di COVID-19 con il plasma iperimmune, uno studio approfondito ha dimostrato l’inutilità di questo trattamento.

Il plasma

Quando il sangue viene deprivato della componente cellulare, rimane il plasma, che è composto per circa il 92% da acqua. Quindi possiamo definire il plasma come la componente liquida del sangue, quella che permette ai globuli rossi e ai globuli bianchi di scorrere nei vasi sanguigni. La restante parte del plasma (circa l’8%) è costituita da elementi essenziali alla vita come anticorpi, fattori della coagulazione, ormoni ed enzimi. In questo caso specifico, il plasma iperimmmune proviene da pazienti guariti dal COVID-19 e viene definito così in quanto arricchito di anticorpi contro il coronavirus SARS-CoV-2.

Per mesi si è ritenuto possibile curare i casi gravi di COVID con trasfusioni di plasma di pazienti guariti. La terapia a base di plasma iperimmune ha una lunga storia e risale alla fine dell’800, quando si cercavano anticorpi specifici dal siero di animali stimolati con un virus (specialmente conigli e cavalli) [il siero è plasma deprivato dei fattori della coagulazione]. Dalla sua introduzione in clinica, si è dimostrato salvavita per molte infezioni acute e, più recentemente, ha anche mostrato possibili applicazioni nelle terapie contro il cancro. Per questo si pensava che la terapia a base di plasma avrebbe potuto rendersi utile anche per curare il COVID-19.

Una pesante limitazione è la ridotta disponibilità di plasma, dal momento che proviene esclusivamente da pazienti guariti in precedenza (non può essere prodotto in laboratorio), e per ogni persona curata ne viene richiesta una quantità considerevole. Gli studi atti ad investigare l’efficacia di questo trattamento necessitano di includere molti pazienti, sia trattati con il plasma iperimmune, che con un placebo (plasma senza anticorpi contro il coronavirus, da utilizzare come controllo). La limitazione pratica del trattamento ha rallentato considerevolmente questi studi.

Lo studio

Finalmente, il 24 novembre un importante studio al riguardo è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista New England Journal of Medicine. Lo studio è avvenuto tra maggio e agosto 2020. In maniera casuale, pazienti adulti ospedalizzati con sintomi gravi di COVID-19 hanno ricevuto plasma iperimmune o un placebo, in un rapporto di 2:1. I pazienti avevano un’età mediana di 62 anni e il 67,6% erano di sesso maschile. Inoltre il 65% dei pazienti coinvolti avevano patologie secondarie, oltre al COVID. Dei pazienti inclusi, 228 hanno ricevuto il plasma iperimmune e 105 il placebo. Durante i 30 giorni successivi, il loro quadro clinico è stato tenuto sotto osservazione, valutando l’evoluzione della malattia. Al giorno 30, nessuna differenza significativa è stata osservata tra i due gruppi. In particolare, la mortalità è stata del 10,96% per il gruppo trattato con il plasma iperimmune e dell’11,43% per quello trattato con il placebo.

Nell’immagine sottostante potete vedere un grafico che mette a confronto il quadro clinico dei due gruppi dopo 7, 14 e 30 giorni dal trattamento. Questa immagine spiega l’illusione dell’efficacia del trattamento: fino al 14° giorno dalla trasfusione, la mortalità dei pazienti trattati con il plasma è la metà di quella dei pazienti trattati con il placebo (barra arancio scuro). Il dato negativo arriva dopo un mese dal trattamento, quando i tassi di mortalità si equivalgono, rendendo nullo l’apparente effetto benefico iniziale.

L’immagine, adattata dall’articolo (DOI: 10.1056/NEJMoa2031304) descritto in questa pagina, mostra l’evoluzione del quadro clinico dei gruppi trattati con plasma iperimmune o placebo. È evidente come il decorso della malattia proceda in maniera pressoché identica in entrambi i gruppi.

Nonostante il risultato deludente, bisogna tenere in considerazione alcune limitazioni dello studio, il cui risultato non è comunque (purtroppo) in discussione. Tutti i pazienti arruolati avevano una polmonite grave da COVID-19, pertanto nessuna conclusione deve essere proiettata su altri gruppi clinici, inclusi pazienti con sintomi lievi/moderati. Inoltre, il trattamento è stato iniziato circa 8 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi gravi e questo fa sì che non si possa escludere che un’intervento più tempestivo potrebbe portare ad un esito differente. Per questo, sotto attualmente in corso studi atti a valutare l’efficacia del plasma su pazienti che hanno sviluppato sintomi gravi entro 72 ore dalla trasfusione.

Un ultimo aspetto importante riguarda gli effetti collaterali della trasfusione, che spesso sono pesanti. Specifiche reazioni avverse post-transfusionali, come il sovraccarico cardiaco e il danno polmonare acuto correlati alla trasfusione, sono difficili da valutare, in quanto difficilmente distinguibili dalla progressione del COVID-19 in pazienti con polmonite grave. Per questo, il vero effetto del sovraccarico di liquidi sulla funzione cardiovascolare in questi pazienti potrebbe essere stato sottostimato. Inoltre, la terapia al plasma convalescente è eterogenea per definizione e questo potrebbe avere effetti diversificati (sconosciuti) sulla progressione della malattia.

Fonte

https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2031304?query=RP&fbclid=IwAR0A-elHTNQt1RcX0MRc693wM85-HAf2_dNj8_zAU_F9W4IXAHl8YV_U-K0

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