Circa 1000 anni fa, un giovane uomo si trovava sulla costa settentrionale dell’isola oggi conosciuta come El Hierro, facente parte dell’arcipelago delle Canarie. Il suo corpo portava i segni delle fatiche della vita, i molari erano consumati fin quasi alle gengive per aver macinato radici fibrose di felce selvatica. I suoi antenati qui coltivavano il grano, ma lui e i suoi contemporanei solo l’orzo e allevavano bestiame, come le capre. Scrutava l’orizzonte. Separate da una novantina di chilometri, poteva vedere le sagome di altre isole. In mezzo, l’Oceano Atlantico. Nonostante la vicinanza, quelle isole erano per lui irraggiungibili, non avendo alcuna conoscenza in materia di navigazione. Infatti, quando i primi europei arrivarono sull’isola nel XIV secolo, non trovarono alcuna prova di imbarcazioni idonee alla navigazione.

Ma com’era possibile che quegli isolani non sapessero navigare? Come erano finiti su quell’isola?

I primi Canari arrivarono dal Nord Africa circa 1800 anni fa, e i loro discendendi sopravvissero e prosperarono in questo arcipelago arido e battuto dal vento per circa un millennio, portando la popolazione ad alcune decine di migliaia di persone.

Cosa successe dopo?

Seguendo un triste copione che ben conosciamo, arrivarono gli europei a portare morte e distruzione, mettendo in atto un vero e proprio genocidio dei nativi canari. Nonostante ciò, il loro DNA sopravvive in molti isolani tutt’oggi, e rimangono tracce della loro vita, nei granai, nelle abitazioni rupestri, nelle figure di ceramica e in centinaia di resti umani, come quelli dell’uomo di El Hierro, tutti straordinariamente ben conservati dal clima secco.

Grazie a ritrovamenti recenti e alle nuove tecnologie di analisi genetica e archeologica, è finalmente possibile rispondere a diverse domande che hanno arrovellato gli studiosi per decenni.

Analizzando il DNA di ossa antiche, datate al radiocarbonio, negli ultimi 15-20 anni gli archeologi hanno scoperto che i primi isolani avevano i legami genetici più forti con le popolazioni Amazigh dell’Africa nord-occidentale. Anche le iscrizioni rupestri sulle isole fanno eco all’alfabeto Amazigh. Duemila anni fa, il Nord Africa ospitava una varietà di società Amazigh, dai pastori delle tribù rurali ai regni con grandi centri urbani fortemente influenzati dalla cultura romana.

Perché alcuni Amazigh decisero di lasciare il continente ed avventurarsi per mare?

Ormai viene generalmente rifiutata l’ipotesi secondo la quale furono deportati nelle isole dai Romani che stavano occupando l’Africa nel I secolo d.C.. Sono state rinvenute prove archeologiche che dimostrano che i Romani conoscevano le isole e per breve tempo gestirono un laboratorio di tintura su una di esse, estraendo una pregiata tonalità viola da una lumaca marina. Tuttavia i romani non avevano la pratica delle deportazioni su larga scala di una comunità, mentre di solito preferivano uccidere o ridurre in schiavitù i gruppi problematici.

È possibile che i coloni Amazigh presero il mare spontaneamente per sfuggire al clima divenuto troppo secco, oppure per sfuggire all’espansione romana. probabilmente queste isole sembravano un’oasi, rispetto al deserto. È poi possibile che le abilità marinaresche siano diminuite nel tempo perché i coloni non avevano motivo per lasciare le isole, nemmeno per praticare il commercio: la roccia vulcanica delle isole non contiene minerali metallici preziosi e il terreno asciutto non forniva cibo in eccesso.

All’interno di una grotta situata nel mezzo di una scogliera alta 140 metri, sono stati recentemente ritrovati minuscoli frammenti di semi, tra i quali: orzo, grano duro, lenticchie, fave e fichi. La datazione al radiocarbonio ha rivelato che i semi avevano fino a 1000 anni e tutti sono antecedenti all’arrivo degli europei. Ulteriori ricerche hanno svelato la presenza di diversi siti simili a questo.

Ciò significa che gli antichi abitanti delle Canarie utilizzavano questi anfratti naturali come granai. All’ingresso di queste grotte, sono state notate tracce di intonaco e di lavorazione manuale della roccia, suggerendo che l’ingresso venisse protetto con l’installazione di porte di legno. In queste alcove, sono stati rinvenuti diversi tipi di semi, suggerendo che appartenessero a famiglie distinte che nascondevano diversi tipi di raccolti nella stessa zona.

Mentre Gran Canaria è stata l’isola più florida per quanto riguarda i raccolti, su altre isole più aride (come Fuerteventura) le sementi sono sparite dopo l’VIII secolo. La precisa distinzione genetica tra le varianti di orzo sia all’interno dell’arcipelago, che con quelle della terraferma, suggerisce un quadro di profonda separazione. Anche a livello di resti umani, è possibile distinguere cluster diversi tra le varie isole, che non sarebbe rilevato se vi fosse stata mescolanza genetica tra le popolazioni.

Nonostante ciò, in alcuni momenti precisi sono stati osservati cambiamenti delle abitudini sulle isole. Ad esempio, le prime sepolture (intorno al 300 d.C.) venivano effettuate collettivamente nelle grotte, mentre a partire dal 600 d.C., alcune persone iniziarono a seppellire i corpi all’aperto in tombe individuali, coperte da rocce ammucchiate, una tendenza che durò circa 500 anni. Intorno al 1200 d.C. divennero poi popolari fosse e tombe rivestite in pietra. Allo stesso tempo, avvennero cambiamenti anche a livello della costruzione di case e della fabbricazione delle ceramiche, suggerendo che in questi periodi potrebbero essere arrivati ​​nuovi gruppi nordafricani, con nuove pratiche culturali. Oppure, i cambiamenti potrebbero semplicemente segnare un’evoluzione culturale.

Una curiosità degna di nota, è che le popolazioni sull’arcipelago erano molto violente. A Gran Canaria, il 27% dei 347 crani di adulti rinvenuti in grotte sepolcrali mostrano segni di vecchi traumi, ricevuti parecchio tempo prima che la persona morisse. Circa un terzo dei crani maschili erano danneggiati e quasi il 20% di quelli femminili. La maggior parte delle ferite si trovano nella parte anteriore laterale del cranio e provenivano da un oggetto contundente, come una mazza o una pietra, compatibilmente con un combattimento faccia a faccia. Il tasso di lesioni è molto più elevato se confrontato con quello di altri antichi luoghi di sepoltura. Altre isole hanno numeri ancor più drammatici: degli 82 teschi rinvenuti a El Hierro, il 50% dei crani maschili e il 28% di quelli femminili mostrano segni di trauma. È interessante notale che il tasso di violenza è maggiore sulle isole che hanno una minore disponibilità di risorse. Per questo è lecito pensare che la violenza ritualizzata potrebbe essere servita come un modo per affrontare i conflitti nelle comunità dove il cibo scarseggiava e c’erano poche opzioni per andarsene.​

Sarebbe comunque sbagliato vedere i coloni canari come persone “imprigionate” su quelle isole.

Le prime società delle Canarie mostrarono una notevole adattabilità. I primi coloni provenivano quasi certamente da luoghi ricchi di metallurgia, ma, di fronte a un mondo senza minerali metallici, reinventarono strumenti di pietra, legno e osso. Inoltre godevano di una vita culturalmente ricca, come dimostrano arazzi intricati, figurine di argilla e incisioni su pietra. In una grotta di Gran Canaria, sono stati rinvenuti elaborati dipinti geometrici che potrebbero rappresentare un sistema di calendario.

Il genocidio

Poi sono arrivati gli europei, che fecero impallidire la violenza indigena dell’arcipelago. Il primo contatto conosciuto avvenne agli inizi del 1300, quando il navigatore italiano Lancelotto Malocello si stabilì sull’isola oggi conosciuta come Lanzarote. Nel 1402, i soldati della monarchia castigliana spagnola sbarcarono in forze a Lanzarote, dando inizio a un secolo di conquiste che si concluse nel 1496 con la vittoria spagnola sui guerrieri indigeni di Tenerife. Gli indigeni furono uccisi, ridotti in schiavitù, assimilati con la forza o deportati. A Gran Canaria, una popolazione indigena stimata tra 10.000 e 60.000 individui venne ridotta a sole 2.000 persone.

Nessuna comunità indigena delle Canarie sopravvive oggi. Rimangono solo residui di linguaggio, come nomi di luoghi, cibi o leader famosi. L’eredità genetica dei primi coloni è però sopravvissuta in gran segreto nelle cellule degli abitanti odierni. In una serie di studi iniziati nei primi anni 2000, è stato scoperto che il 15%-20% del DNA degli attuali isolani proviene da fonti indigene. Un’eccezione è rappresentata dal cromosoma Y (quello maschile) che è prevalentemente di discendenza europea. Ciò suggerisce che la maggior parte degli uomini indigeni furono uccisi o tenuti ai margini della società e lasciarono meno figli, mentre le donne hanno avuto più possibilità di procreare attraverso i matrimoni misti e la violenza sessuale.

L’eredità canara

La ricerca genetica sull’arcipelago delle Canarie può aiutare non solo a conoscere la sua storia e a trovare risposte, ma anche a costruire la memoria, e quindi l’identità di persone che avevano pochissima documentazione storica. Ad esempio, alcuni produttori di birra delle Canarie hanno contattato gli scienziati responsabili degli studi genetici qui descritti per poter utilizzare l’orzo con il DNA discendente dall’antico ceppo delle Canarie. Molte conoscenze andarono perdute quando gli spagnoli conquistarono le isole, e grazie a questi studi è possibile superare queste informazioni per ricreare un legame con il passato.

Fonte

https://www.science.org/content/article/humans-survive-alone-1000-years-desert-islands-off-africa