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La nascita della terapia intensiva

Terapia intensiva. Quante volte abbiamo sentito parlare di questa unità ospedaliera nelle ultime settimane? Un letto in terapia intensiva traccia una linea tra la vita e la morte. Se l’unità è piena, chi rimane fuori rischia di morire.

Vi aspettate un altro articolo sulla Covid-19? Non questa volta. Vi voglio parlare invece di un’epidemia vecchia di 70 anni: quella di polio in Danimarca. Perché? Perché grazie ad essa, sono stati inventati i reparti di terapia intensiva.

L’epidemia di polio in Danimarca

Agosto 1952. All’ospedale Blegdam di Copenaghen, ogni giorno venivano ricoverate circa 50 persone. Il 12-24% dei pazienti sviluppava insufficienza respiratoria e l’unica cura disponibile era il polmone d’acciaio. La città ne possedeva solo uno e per questo decine di persone morivano. La metà di loro erano bambini. La situazione era drammatica, fino a quando Bjørn Ibsen ebbe un’idea che rivoluzionò la medicina moderna.

Il polmone d’acciaio

Prima di spiegare l’idea di Ibsen, vediamo come funziona il polmone d’acciaio. Il macchinario crea una pressione negativa intorno al corpo, costringendo le costole (e i polmoni) ad espandersi. L’aria quindi entra nei polmoni per riempire lo spazio vuoto. Sfortunatamente, i pazienti più deboli non erano in grado di deglutire, quindi anche la saliva e il contenuto dello stomaco potevano essere risucchiati nei polmoni, provocando il soffocamento.

L’idea di Ibsen

Ibsen propose un approccio opposto, sfruttando una pressione positiva. La sua idea era di pompare attivamente aria nei polmoni, attraverso la tracheostomia: dopo aver praticato un’incisione nel collo, nella trachea veniva inserito un tubo attraverso il quale veniva pompata aria nei polmoni. La prima giovane paziente ad essere curata in questo modo fu Vivi Ebert, una ragazza di 12 anni con insufficienza respiratoria. Ibsen le inserì un tubo nella trachea, quindi pompò aria nei polmoni spremendo regolarmente una sacca attaccata ad esso. La bambina sopravvisse, dimostrando che la nuova tecnica funzionava. C’era solo un problema: non erano ancora disponibili ventilatori appropriati, in grado di pompare aria per diversi giorni consecutivi. Come fu risolta la questione? Con turni di sei ore, gli studenti di medicina e odontoiatria dell’Università di Copenaghen ventilavano i pazienti manualmente. Questo sforzo eroico continuò per diverse settimane. La mortalità scese dall’87% al 31% e circa 120 vite furono salvate. Erano nate le unità di terapia intensiva.

Ricordiamo il 26 agosto

Alcuni anestesisti e medici segnano sui loro calendari il 26 agosto come “il giorno di Bjørn Ibsen”. Forse sarebbe una buona idea inserirlo anche nel nostro calendario, per onorare un innovatore di basso profilo che ha rivoluzionato l’assistenza sanitaria e ha contribuito a salvare milioni di vite.

Bjørn_Aage_Ibsen

Un ritratto di Ibsen, fonte Wikipedia.

Fonte

https://www.nature.com/articles/d41586-020-01019-y

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