L’osservazione è drammatica ma ricorrente: molte società finiscono per consegnare il comando a individui che sembrano — per crudeltà, incompetenza o immoralità — i peggiori tra noi. Che cosa spiega questa tendenza?
Premessa filosofica: paura, ordine e il contratto sociale
Fin dalla filosofia politica classica troviamo due intuizioni complementari. Thomas Hobbes osservava che, lasciati a uno stato di natura senza potere autoritario, gli uomini vivono in una condizione di «guerra di tutti contro tutti»: per uscire da questa condizione essi stringono un patto e delegano potere a un sovrano forte (il Leviatano) che imponga ordine. In tempi di insicurezza collettiva, quindi, la preferenza per un leader «forte», anche duro, è razionalizzabile: è un prezzo pagato per la sicurezza e la sopravvivenza del gruppo.
Nietzsche e altre tradizioni filosofiche, invece, ci ricordano che il potere attrae persone con forte volontà di dominio; e la società tende a legittimarle quando essa stessa premia successo e controllo. Da questo punto di vista, scegliere un «cattivo» può essere il risultato congiunto di aspettative culturali (stima del potere) e arretratezze istituzionali (scarso controllo sui leader).
L’intuizione di Konrad Lorenz: aggressività come istinto canalizzato
Konrad Lorenz, etologo, propose che molte forme di comportamento sociale siano radicate in predisposizioni innate che nell’uomo si esprimono in modi culturalmente modulati. In particolare, egli ha studiato l’aggressività come componente biologica dell’animale sociale: l’aggressione intraspecifica (cioè tra membri della stessa specie) è un meccanismo che regola risorse, gerarchie e difesa del clan. Lorenz mise in luce come gli stimoli ambientali e i segnali ritualizzati possano accendere o inibire risposte aggressive innate.
Trasposto all’umano: la capacità di infliggere violenza o di intimidire può essere percepita come una «competenza» utile in contesti di conflitto. Se una società si è strutturalmente orientata verso la competizione intergruppo (guerra, colonizzazione, conquista), allora un leader che mostra aggressività «efficace» verrà premiato perché percepito come capace di difendere o espandere il gruppo. Lorenz stesso non giustifica moralmente la violenza, ma descrive meccanismi che spiegano perché la violenza può essere selezionata come tratto utile in contesti evolutivi o culturali.
Un esempio pratico è costituito dall’Europa del XX secolo. Dopo che l’industrializzazione aveva “domato” gran parte delle sfide naturali, la violenza si spostò all’interno della specie, esplodendo in due guerre mondiali. In quel contesto, leader come Hitler o Stalin furono percepiti come “necessari” perché capaci di schiacciare nemici interni ed esterni. La crudeltà non era un difetto, ma il segno della loro “efficacia”.
Dalla supremazia sulle altre specie alla competizione intraumana: un cambio di bersaglio
La specie umana ha accumulato conoscenze e tecnologie che ben presto hanno ridotto in modo drastico le minacce poste dalle altre specie. Questo spostamento ha due effetti rilevanti:
- Spostamento della competizione: dove una volta il “nemico” era la natura e gli animali, oggi gran parte della minaccia significativa proviene dagli altri umani (risorse, status, potere politico). Le strategie adattative che premiavano la forza bellica esterna si riorientano verso la capacità di competere con membri della stessa specie.
- Amplificazione delle armi sociali: tecnologia, burocrazia e organizzazione permettono a una persona carismatica e spregiudicata di concentrarsi sul controllo degli altri umani — non solo nello scontro fisico ma attraverso manipolazione, propaganda, istituzioni. Così il ‘‘leader bravo a eliminare altri uomini’’ non è solo figura bellica: è anche chi sa neutralizzare avversari politici, screditare oppositori, monopolizzare il potere.
Da qui nasce la paradossale preferenza per leader «anti-umani»: in contesti percepiti come conflittuali o di sopravvivenza politica, coloro che meglio «eliminano» avversari (con efficacia e senza scrupoli) vengono premiati come garanzia di vittoria.
Psicologia sociale e cognitiva: come vengono favoriti i peggiori
Diversi meccanismi psicologici spiegano perché masse e élite possono abdicare al buon senso morale nella scelta dei leader:
- Biais di minaccia e preferenza per l’autorità: sotto minaccia reale o percepita, le persone tendono a preferire autorità forti (shock effect). La paura riduce il pensiero critico e aumenta l’obbedienza.
- Effetto carisma e semplicità delle narrazioni: leader aggressivi spesso offrono storie semplici (nemico esterno, soluzioni nette). La mente umana predilige spiegazioni nette in condizioni di stress cognitivo.
- Scapegoating e coesione di gruppo: designando un nemico interno o esterno, il leader rafforza l’identità del gruppo. Seguaci disposti a sacrificare etica per appartenenza e sicurezza tendono a sostenere anche chi viola norme.
- Bias di conferma e information silos: quando le istituzioni o i media sono penetrati da interessi particolari, la popolazione riceve informazioni filtrate che presentano il leader come indispensabile.
- Selezione di élite e pressione di competizione: nelle procedure reali di selezione (guerra, competizione politica) chi usa mezzi spregiudicati ha spesso vantaggi competitivi — e così il «peggiore» può emergere come vincitore.

Il ruolo delle istituzioni e del contesto culturale
È fondamentale ricordare che la selezione di leader non è un destino biologico inevitabile. Le istituzioni che limitano il potere personale (controlli e contrappesi, leggi, stampa libera, educazione civica) riducono drasticamente la probabilità che individui criminali o stupidi accedano e rimangano al potere. Culture che valorizzano trasparenza, responsabilità e pluralismo premiano competenze cooperative piuttosto che solo forza.
Lorenz spiega che gli impulsi naturali possono essere incanalati: la stessa aggressività innata può trasformarsi in difesa comunitaria, regolazione simbolica o rituali non letali, anziché in sterminio. La differenza la fanno codici morali e institutional design.
Prevenire la tirannia richiede intelligenza culturale, non solo forza
Il paradosso di scegliere leader spietati in una specie che ha sconfitto le altre è reale ma non inevitabile. Le cause sono complesse: residui di bilanciamento etologico, esigenze di difesa in un ambiente dominato da conflitti intraumani, bias cognitivi e meccanismi di selezione sociale. La lezione invece è pratica: se non vogliamo che il «miglior eliminatore di uomini» diventi il leader, dobbiamo costruire istituzioni che disinnescano la forza come unico criterio di legittimazione, promuovere educazione critica, responsabilità e forme ritualizzate e simboliche di competizione che non premiano la crudeltà ma la capacità di cooperare e governare.
In parole più nette: comprendere Lorenz e la psicologia umana non ci costringe ad accettare la tirannia. Al contrario, ci offre strumenti per riconoscerne le radici e progettare freni culturali e istituzionali che fanno sì che la specie più potente non elegga — per paura o per abitudine evolutiva — il peggior tra noi.
Fonti
Filosofia e teoria politica
- Thomas Hobbes, Leviatano (1651).
– Opera fondativa sul concetto di ordine politico e del “sovrano forte” come risposta alla paura del caos. - Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male (1886).
– Riflessione sul potere e sulla volontà di dominio, utile per interpretare la fascinazione dei popoli per leader forti.
Etologia e aggressività (Konrad Lorenz)
- Konrad Lorenz, L’aggressività: un destino animale e umano (1963).
– Testo fondamentale in cui Lorenz analizza l’aggressività come istinto regolato da rituali e cultura. - Konrad Lorenz, Gli otto peccati capitali della nostra civiltà (1973).
– Critica alla modernità, utile per capire come impulsi naturali degenerino in società complesse.
Psicologia sociale e obbedienza
- Erich Fromm, Fuga dalla libertà (1941).
– Analisi di come gli individui, spaventati dall’insicurezza, si rifugino in regimi autoritari. - Stanley Milgram, Obedience to Authority (1974).
– Studio empirico che mostra quanto le persone siano pronte a obbedire a ordini crudeli se impartiti da figure autorevoli. - Gustave Le Bon, La psicologia delle folle (1895).
– Classico che spiega la dinamica irrazionale delle masse sotto leader carismatici.
Storia e casi concreti
- Ian Kershaw, Hitler. Una biografia (2000).
- Stephen Kotkin, Stalin: Paradoxes of Power (2014).
- Frank Dikötter, Mao’s Great Famine (2010).
- Ben Kiernan, The Pol Pot Regime (1996).
